Giovedì 09 Feb 2012 12:02:17
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Gioco d'azzardo patologico. Italiani sempre più a rischio

ROMA - Le cifre sono astronomiche: grazie al gioco d'azzardo sono finiti nelle casse dell'erario miliardi di euro. Rispetto ai circa 61 miliardi giocati dagli italiani nel 2010, nell'anno appena trascorso le cifre sono salite ulteriormente: 76 miliardi giocati di cui circa 54 miliardi sono tornati…
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2065: vecchi e più immigrati. Ecco l'Italia fra 50 anni

ROMA - "Del futur non c'è certezza" ma una cosa è certa, stando ai dati Istat: nel 2065 nel nostro bel Paese a crescita pari a zero ci saranno più vecchi e più immigrati.  In particolare, nel 2065 la popolazione residente in Italia attesa è pari a 61,3 milioni (scenario centrale). Tenendo conto…
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A Natale il playboy va in vacanza: meno machi e più mici

Roma, 21 dicembre 2011 – Strano ma vero. Nel periodo natalizio, anche l’uomo che non deve chiedere mai si concede una vacanza. Svestiti i panni del maschio latino, sotto l’albero il conquistatore italiano riscopre il lato più romantico delle avventure rinunciando, ben volentieri, agli incontri ad…
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Per Natale e Capodanno il fiocco lo metto sull’abito, ed è subito…

PARIGI - La siluette è sempre perfetta con l'abito che la stilista Virginie Connan, creatrice del marchio Le Lièvre e et la Tortue, ha pensato per le feste 2011. Classico sul davanti e sbarazzino dietro, grazie al grande fiocco che la stilista ha voluto applicare all’altezza della vita, questo capo…
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Lettera a Babbo Monti: cosa chiedono gli italiani?

ROMA-Si sa la letterina a Babbo Natale è un must, e anche gli italiani (quelli un po' cresciuti) ancora con tanti desideri da realizzare, quest'anno, hanno rispolverato le vecchie abitudini. La vecchia missiva ha sempre avuto un'importanza sociale: dalla letteratura al cinema, tutti almeno una…
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Babbo Natale in arrivo dal cielo

ROMA - Quest'anno Babbo Natale arriverà dal cielo, cari bimbi. Eh sì proprio così, non più con la slitta e le renne ma con un grande parapendio e sarà insieme alla Befana. La simpatica iniziativa è organizzata dalle sei associazioni di volo in deltaplano e parapendio della provincia di Bergamo. Due…
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2012: l'oroscopo per un anno di viaggi

ROMA - Lo dicono le stelle: quest’anno, grazie a Giove, trionferà l’ottimismo per tutti i segni zodiacali. Perché allora non progettare già da ora una vacanza memorabile o un rivoluzionario viaggio di lavoro? Forse, però, sarà meglio dare un’occhiata alle stelle prima di avventurarsi in terre…

Giovedì 09 Febbraio 2012

shoah-donne-campoconcentramentoROMA- “Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no”. Considerate se questa è una donna che ha paura di morire, che non ha più una sorella che non è morta per ricordare i mille morti….La storia di Zanne Farbstein è la storia di tanti ebrei sopravvissuti ma, oggi a distanza di tempo dal terribile genocidio, è la memoria storica di chi non può più raccontare la propria vita.

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Aveva solamente 16 anni quando il treno la condusse ad Auschwitz. Lei e le altre mille donne avevano negli occhi il terrore, la paura della morte li aveva resi tutti schiavi della voglia di vivere. Tanti i ricordi che tornano alla luce, luce rossa del fuoco dei 5 forni crematori che funzionavano da mattina a sera, senza mai fermarsi. occhiali-campoconcentramento 

Ripercorre i tre lunghi anni trascorsi nel campo di sterminio, ripercorre quella paura quotidiana di dire: “oggi tocca a me”. Gli occhi si chiudono come se quelle immagini fossero ancora reali. Racconta il dolore, le urla di chi come sua sorella Edith aveva deciso di dire basta a quella “vita” ma soprattutto ricorda che lei, come tutti gli altri, aspettava la morte: “We waited for death. I waited for it every day”. Oggi Zanne è felice, è diventata sposa, madre e nonna ma i suoi occhi non dimenticano gli orrori , le umiliazioni e la paura.


Anche Wanda Półtawska, cara amica di Karol Wojtyla, racconta nel suo libro “E ho paura dei miei sogni” i suoi 5 anni nel campo di concentramento di Ravensbrück. “Eravamo destinate a morire. Le nostre sorveglianti ci picchiavano a sangue. Fummo spogliate nude, ci diedero dei vestiti a righe, ci raparono a zero, volevano distruggere la nostra personalità… La fame era più forte del desiderio di dormire. Era¬vamo magre come scheletri. Neanche la vista delle donne nude, in coda per il bagno, terribilmente magre, causava più disgusto. Guardavamo con indifferenza la nostra magrezza e quella delle altre, così come la perdita dei seni e la morte. Per la fame eravamo diventate ladre, ci rubavamo un tozzo di pane, litigavamo per poche briciole… Non provavo odio e neanche adesso lo provo. Cosa vedevo in quei tedeschi? Li guardavo e cercavo in loro le persone".

Le sue parole, insieme a tutti gli altri ebrei sopravvissuti saranno rumore nel silenzio assordante dei campi di concentramento. 
 

PER NON DIMENTICARE...
 

"Chi ascolta un testimone diventa un testimone"

Estratto da un discorso tenuto da Elie Wiesel a Yad Vashem


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Venerdì 27 Gennaio 2012
 

senzatettoATENE- In un Paese sull’orlo del fallimento totale, anche fare il pittore significa non guadagnare più niente. Da settembre, Leon è in strada come molti altri senzatetto in Grecia.

Leon ha studiato belle arti in Inghilterra, specializzandosi nella creazione di icone nel 1991. "Ho avuto un sacco di ordini da privati, negozi e chiese, dove si vendono oggetti religiosi. Lavoravo fino a diciassette ore al giorno. Ma dal 2009, il lavoro è diminuito. E nell'estate del 2011 è stato un disastro. Non guadagnavo più di 60 euro al mese e il 30 settembre, mi sono trovato per strada", racconta così il suo dramma a Alain Salles corrispondente da Atene per Le Monde.


Non poteva più permettersi di pagare l'affitto: 280 euro per un bilocale e 200 euro per il suo studio. I suoi risparmi erano stati inghiottiti dalla grave malattia della madre, morta nel 2007. Quest'uomo di 64 anni, con lunghi capelli grigi fino alle spalle e barba grigia, ricorda la sua prima notte al grande parco vicino al Museo Archeologico. "Mi sembrava di essere in campeggio…per un mese e mezzo non ha piovuto, sono stato fortunato potevo dormire senza bagnarmi". 

A metà novembre, si è rivolto all’Associazione Klimaka, una ONG che aiuta i senzatetto. “Qui ti danno quello che ti serve", ha detto Leon con gratitudine.

Anche Sofian, marocchino di 23 anni, si rivolge a Klimaka per mangiare e trovare un posto caldo nel freddo inverno ateniese. Dorme fuori da oltre cinque mesi. "Ho anche cercato nella spazzatura un po’ di cibo" , ha raccontato. Due anni fa, lavorava in un bar, ma il suo capo lo ha licenziato perché non poteva più pagarlo.


Leon, il pittore di icone, Sofian e tanti altri greci fanno parte di una nuova generazione di senzatetto. "C'è un cambiamento nello stato sociale”, ha detto Ada Alamanou, responsabile di Klimaka. “Si tratta di persone che hanno avuto un buono stato sociale e che, a causa della crisi, ora si trovano per strada. Loro hanno perso il lavoro, non hanno più reddito o sostegno familiare. Hanno un buon potenziale di reintegrazione, ma è difficile trovare qualcosa con la crisi".

"Oggi, la povertà è parte della classe media dei greci”, aggiunge Ada Alamanou.

VERSIONE ORIGINALE 

(Fonte foto: Le Monde)


Giovedì 19 Gennaio 2012
 

Safia, schiava sessuale di GheddafiTRIPOLI- Si definisce “schiava sessuale” e racconta con un po’ di paura le perversioni dell’ex rais Gheddafi. L’inviato speciale da Tripoli di Le Monde accoglie la sua testimonianza e in un incontro, durato più di due ore in un albergo di Tripoli, vengono ancora svelati i fantasmi di un dittatore maniaco. Di seguito vi riproponiamo la traduzione dall’originale in francese.

 LA STORIA DI SAFIA, SCHIAVA SESSUALE DI GHEDDAFI


“Ha 22 anni, lei è bella come il giorno. A volte smette di ridere. "Tu quanti anni mi dai?", mi chiede, togliendo gli occhiali da sole. Aspetta, abbozza un pallido sorriso, e sussurra: "Io, mi sento di essere una quarantenne". Ed è vero, sembra così vecchia. Con un pezzo di stoffa nero copre nervosamente il viso, le lacrime scendono dai suoi occhi scuri. "Muammar Gheddafi ha devastato la mia vita" Vuole raccontare, anche se ha paura. 

Lei deve parlare. "Potrei dire di no! Mai, so dove mi trovo e quello che ho vissuto. Nessuno può immaginare, nessuno".  Scuote la testa in preda alla disperazione e dice. "Quando ho visto il cadavere di Gheddafi esposto alla folla, ho avvertito un breve piacere ma poi  ho sentito un sapore sgradevole". Voleva che restasse in vita per essere giudicato da un tribunale internazionale.  "Perché mi hai fatto questo, perché mi hai violentata, perché mi hai picchiato, drogato, insultato perché mi ha insegnato a bere, a fumare perché hai rubato la mia vita?".


Lei aveva 9 anni quando la sua famiglia, originaria dell'est, si trasferì a Sirte, città natale del colonnello Gheddafi. Aveva 15 anni nel 2004, quando venne scelta, tra le alunne del suo liceo per offrire un bouquet al Colonnello in visita alla sua scuola. "E 'stato un grande onore. Lo chiamavo "papà Muammar" e ho avuto la pelle d'oca”.

Il colonnello mise la mano sulla sua spalla e le accarezzò i capelli, lentamente. Imparerà dopo il significato di quel gesto.

Il giorno dopo, tre donne in divisa, al servizio del dittatore - Salma, Mabrouka e Feiz – andarono al salone di sua madre. "Muammar vuole vederla.  Vuole darle dei regali". "Come potevo rifiutare, era l'eroe, il Principe di Sirte".

Fu condotta nel deserto, dove c’era la sua carovana. Il colonnello iniziò a fare domande, a chiedere della sua famiglia, le origini di suo padre, della madre. Poi chiese, freddamente, se rimaneva a vivere con lui. La ragazza fu presa alla sprovvista. "Sì, otterrete tutto quello che volete, case, automobili...""Mi occuperò io di tutto. Sarete sicuri, vi assicuro, tuo padre capirà". 

Ma dal momento la sua vita cambia. Safia (nome immaginario dato alla ragazza, ndr) avrà biancheria intima e "abiti sexy".  Imparerà a ballare e tante altre cose.

Le prime tre notti, ballerà da sola di fronte a Gheddafi. Lui la guarderà, senza toccarla. "Tu sarai la mia cagna, diceva". La carovana tornò a Sirte, Safia nel bagaglio.

E la sera del suo ritorno al palazzo, lui la stuprò. Lei cerca di fuggire. Ma intervengono le guardie del corpo e la picchiano. "Hanno continuato nei giorni seguenti. Divenni la sua schiava sessuale. Mi ha violentata per cinque anni."

Si ritrova a Tripoli, nel compound di Bab Al-Azizia. In un primo momento, Safia condivide una piccola stanza nella residenza con un'altra ragazza di Bengasi, ma lei riuscirà a scappare. In altre piccole stanze ci sono venti ragazze, la maggior parte di loro di età compresa tra i 18 e i 19 anni, di solito reclutate dalle stesse tre emissarie. Queste tre donne brutali, onnipresenti, dominavano questa specie di harem, dove le ragazze, erano a disposizione del colonnello. La maggior parte si fermavano solo per pochi mesi, prima di scomparire una volta che il “maestro” era stanco. Ogni contatto tra tute le ragazze era vietato, anche parlare semplicemente.  

Safia trascorreva il suo tempo nella sua stanza a guardare la televisione. Bisognava essere sempre  pronti nel caso in cui il colonnello ti chiamava, sia di giorno che di notte. I suoi appartamenti erano al piano superiore. Era violento, sadico. Gala, un'infermiera ucraina, faceva gli esami del sangue ogni settimana alle giovani donne.

Feste, cene, danze, musica, e orge. Sua moglie e gli altri membri della famiglia che vivevano in altri edifici di Bab Al-Azizia erano a conoscenza delle abitudini del dittatore. "Ma le sue figlie non lo volevano vedere in compagnia di altre donne".  Nelle sue stanze, si fumava, si giocava, si beveva e c’era anche la cocaina. 

I genitori di Safia erano al corrente della sorte della loro figlia. Sua madre poteva vederla una volta al mese, a volte poteva telefonarla ma la conversazione non era mai privata. Più volte è stata minacciata: se i genitori parlavano, sarebbero stati uccisi. 

Eppure Safia, nel 2009, riuscirà a scappare travestita da vecchia, e con la complicità della sua famiglia andrà in Francia.

Successivamente, sarà ancora messa a dura prova dalla vita. Si sarebbe dovuta sposare in segreto nel mese di aprile 2011, con il suo giovane marito, ma la primavera araba li ha separati e lui, ora, è rimasto gravemente ferito.

Safia fuma e piange spesso. Si sente "rovinata". "Gheddafi mi ha distrutto la vita". 

(Fonte foto: Le Monde) 


Mercoledì 16 Novembre 2011
 

gruppo-protesta-rilascio-prigionieri-palestinesiGERUSALEMME- Il paese di Netanyahu si prepara ad accogliere l'ostaggio di Hamas come eroe. Ma le famiglie delle vittime degli attentati si sentono dimenticate. Gilad Shalit divenne un simbolo nazionale in un Paese dove quasi ogni famiglia ha figli nelle forze armate. Anche i palestinesi si preparano a celebrare come eroi della resistenza i loro figli liberati.palestinesi-prigionieri

Ma in questo clima di festa c’è una nota discordante ed è quella delle famiglie delle vittime che si sentono dimenticate e deluse. Per gli israeliani i nomi dei prigionieri palestinesi liberati rappresentano la sanguinosa storia degli ultimi 25 anni del conflitto israelo-palestinese che ha riaperto ferite profonde fra molti israeliani che hanno perso una persona cara in un attacco.

Storie dimenticate  


Frimet e Arnold Roth venerdì scorso hanno appreso da una telefonata di un funzionario israeliano, che i responsabili della morte della loro figlia erano tra i palestinesi che dovevano essere liberati in cambio di Gilad Shalit. "E' un incubo per noi", ha detto Arnold Roth. "Siamo fortemente contrari a questa decisione, per ragioni di principio".
Malka Roth aveva 15 anni, quando il 9 agosto 2001 un palestinese ha innescato la sua cintura esplosiva nella pizzeria nel centro di Gerusalemme. Malka è morta sul colpo, insieme ad altre 14 persone, mentre oltre 100 rimasero gravemente feriti. L'attentatore è morto anche nell'esplosione. Ma Ahlam Tamimi, il palestinese travestito da turista che ha portato la bomba nel ristorante affollato fu arrestato. 

In un'intervista fatta in prigione nel 2006, Ahlam Tamimi non aveva mostrato nessun segno di rimpianto per l’atto commesso anzi era certo che sarebbe ritornato libero.  "Ha una forte personalità e carisma, ma è un mostro", ha detto Arnold Roth. Questo imprenditore, 59 anni, residente a Ramot, vicino a Gerusalemme, parla con voce calma, senza nascondere la sua indignazione."Tutti dovrebbero capire. Invece, sarà riunito alla sua famiglia in Giordania, condurre una vita normale, si sposerà e avrà dei figli”. 

"Le vittime del terrorismo  meritano giustizia -dice con calma Arnold Roth- Siamo naturalmente, come tutti gli altri, felici che Gilad Shalit ritorni a casa. Ma ci dimentichiamo che il suo rilascio è solo una piccola parte di una storia molto più grande in cui le vittime vengono dimenticate. Abbiamo l'impressione di essere presi per stupidi".


Shalom Rahum, un elettricista di Ashdod, è anche indignato. "Ho l'impressione di essere stato tradito dal mio governo, che aveva sempre detto che gli assassini sarebbero stati puniti fino alla fine".

Suo figlio, Ophir Rahum, è stata assassinato nel gennaio 2001 dopo essere stato attirato in un'imboscata da una donna palestinese, Amana Mona, che deve essere liberata in questi giorni. La giovane donna aveva conosciuto l'adolescente su Internet. L’ aveva sedotto ma all'appuntamento è stato crivellato di colpi. 

"I media descrivono il rilascio di Shalit come il ritorno di un eroe, continua Shalom Rahum, ma non parlano delle vittime del terrorismo, quelli che sono morti e quelli che moriranno, poiché la maggior parte dei palestinesi riprenderanno i loro attacchi contro di noi". Inoltre secondo Rahum l'accordo "è un duro colpo al processo di pace. La gente come Mahmoud Abbas è stata screditata mentre i terroristi premiati. Avrei accettato questo scambio se fosse stato parte dei negoziati di pace, ma non così, non un ricatto", conclude Shalom Rahum.


Un'associazione di familiari delle vittime e altri parenti di persone uccise hanno presentato ricorso dinanzi alla Corte Suprema israeliana per chiedere una revisione delle liste dei prigionieri liberati, ma era già troppo tardi.
(Fonte foto: Al-Ahram) 


Martedì 18 Ottobre 2011
 

Giovani disoccupati in sciopero in GreciaATENE- Dal Mediterraneo all’Atlantico il popolo degli “indignados” si ribella ed esige un futuro migliore. L’equilibrio diventa sempre più instabile e la crisi inizia a diventare una super crisi alla quale si aggiungono non solo i debiti e i problemi economici ma anche le frustrazioni personali e il peso della “non vita”.


Molti attivisti giovani, disoccupati, professionisti, madri di famiglia, pensionati hanno occupato in questi giorni il Ponte di Brooklyn per protestare contro il sistema finanziario, condividendo un “ras-le-bol” comune contro la disuguaglianza sociale e la crisi.

 Ma l’appuntamento di protesta non è solo in America. Nella sponda Nord del Mediterraneo soprattutto in Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, scendono in piazza i PRECARI, i precari di un sistema traviato e logorante che alle soglie dei 30 anni fa accumulare solo stage su stage.

GENERAZIONE PRECARIA  


Di storie di precari ai tempi della crisi ce ne sono tante, non basterebbe un volume intero per mettere nero su bianco tutte quelle speranze accumulate e forse svanite.

Non riesco a pagare l’affitto, devo lasciare casa. Il problema non è diventare ricchi ma è fare matematica, capire come ogni giorno devo spaccare il centesimo”,  si sfoga così  una giovane ragazza italiana intervistata domenica alla trasmissione di Rai tre “Presa diretta”.

Ma la sua non è l’unica voce, c’è un coro di uomini e donne (giovani e meno giovani) che sono stanchi. Anche Dimitra Mareta è una di loro. Giovane ragazza greca disoccupata da oltre un anno e mezzo compie ogni giorno lo stesso rituale: sveglia alle 8 del mattino, controlla la sua casella di posta mentre beve il caffè, in attesa di qualche mail da un potenziale datore di lavoro. Ma negli ultimi mesi, le speranze della trentenne non hanno più risposte: non c'è lavoro. Questa abitudine l’aiuta solo a mantenere "sveglia la sua voglia di provarci". Una laurea in comunicazione e scienze politiche e una frase che deve ripetersi spesso: "Sono estremamente delusa, provo a ripetere a me stessa che non è colpa mia se c’è la disoccupazione, non è colpa mia. Ma non basta mi sento arrabbiata. Ma non mi sento sola".

In Grecia, le prime vittime della crisi economica sono i giovani.  Secondo le statistiche ufficiali (PDF), il 32,9% dei ragazzi tra i 15-29 anni è disoccupato. Un tasso che  secondo Robol Savas, professore di economia all'Università di Atene, sale al 43% se si abbassa l’età  (15-24 anni). Un disoccupato su due ha meno di 29 anni. Le giovani donne sono particolarmente colpite:. 38,3% di loro sono disoccupate. "Negli ultimi 20 anni, 80.000 persone sono arrivate sul mercato del lavoro, l'economia ne ha assorbito 40 000 (...) A partire dal 2008. solo 20 000 di questi nuovi arrivati ​​hanno trovato lavoro ogni anno ma dopo il 2006 tutte le posizioni sono state distrutte dopo la crisi", ha sostenuto il professore, prevedendo un innalzamento maggiore del tasso di disoccupazione giovanile nel 2012.


IN FUGA


Mihail Papadogonas ha una laurea in legge. A 27 anni, dopo cinque anni e mezzo di studi ed esperienze all'estero, ha trovato qualche lavoretto per 800 euro mensili. Nel frattempo, ha lavorato come commesso in un negozio ad Atene per 700 euro al mese. "Lavoravo per pagare le bollette", dice il giovane, che condivide un appartamento ad Atene con la sorella. I due fratelli, con l'aiuto dei genitori, possono ancora permettersi qualche piccolo privilegio ma non certamente crearsi una famiglia.

Le parole che fanno eco sul web e nelle piazze sono quelle di una generazione distrutta, si urla: "rabbia" , "pessimismo" , "insicurezza" . "La maggior parte dei miei amici pensa di andare all'estero, in qualche paese europeo, perché è più vicino ma anche in Australia", spiega Mihail che ha scelto la Francia. Si sta preparando a cercare un lavoro che non corrisponde alle sue qualifiche, ma non importa.

Dall'inizio della crisi economica nel 2008, circa 50.000 greci sono andati via. Una dinamica che si è accelerata negli ultimi mesi. "ingegneri, informatici, architetti vanno soprattutto in Gran Bretagna, dove ci sono opportunità. Gli altri vanno in Germania, circa 8000 persone nei paesi europei e infine in Australia, circa 4.500 partenze", afferma il professore Savas Robol.


Dimitra e sua sorella  stanno progettando di trasferirsi in Australia con due amici. La grande comunità greca in questo paese è molto unita: "Sarò forse costretta a farlo, ma non voglio: la mia vita è qui ", continua con un tono amaro.

L'Australia ha lanciato, in Grecia, il programma intitolato "Skills Australia Needs". La segreteria della immigrazione organizza giornate di informazione il mese prossimo per chiunque sia interessato a partire secondo quanto  riporta il quotidiano greco Kathimerini. Il Dipartimento dell'Immigrazione di Canberra ha già evidenziato le aree in cui vi è una domanda di lavoro elevato, dal'ingegneria alla salute. "E' più complicato per i  laureati in discipline umanistiche" , dice Savas Robol, aggiungendo: “Questa è una vera e propria fuga di cervelli, ci sarà un impatto molto negativo sull'economia. Secondo le nostre stime, dal 2013, si avrà una lieve ripresa e in questo momento avremo  bisogno di persone qualificate. Ma saranno già partiti".

Gli altri, quelli che rimangono, dovranno confrontarsi con un'economia in recessione, scioperi, tagli e con la speranza di un futuro migliore. 

(Fonte foto: AFP) 


Martedì 04 Ottobre 2011
 
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