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Accordo Hamas-Fatah, Abu Mazen guida la transizione |
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redazione ilmediterraneo
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ROMA - Il leader di Fatah e Hamas, Abu Mazen e lo sceicco Khaled Meshaal, hanno sottoscritto la Dichiarazione di Doha che assegna ad Abu Mazen, attuale presidente dell'Anp, la guida di un futuro governo palestinese di unita' nazionale.
L'accordo e' stato possibile anche grazie alla mediazione dell'emiro del Qatar, lo sceicco Hamd bin Khalifa al-Thani. Ma e' stato mal digerito da Israele, che lo vede come un'alternativa al processo di pace. L'organigramma del nuovo governo sara' reso noto il 18 febbraio prossimo al Cairo. L'intesa prevede che il futuro esecutivo comprenda "tecnocrati indipendenti", e abbia il compito di preparare elezioni presidenziali e parlamentari "regolari", come pure di sovraintendere alla ricostruzione nella Striscia di Gaza.
Sempre il 18 febbraio, era stato anticipato in via riservata da fonti dell'Anp, e' il giorno in cui si decidera' la data del voto nei Territori che, in base all'accordo di riconciliazione raggiunto lo scorso aprile tra i due partiti, dovrebbero tenersi entro maggio. La Dichiarazione di Doha e' il frutto di due giorni di colloqui nell'omonima capitale tra Abu Mazen e Meshaal mediati dall'emiro del Qatar, sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani. In un comunicato di stampa congiunto, Meshaal, Abu Mazen e al-Thani hanno spiegato di non aver firmato tanto per firmare, "ma con l'intenzione di applicare tutti gli accordi, sia per quanto riguarda la riconciliazione interna che per le elezioni". Meshaal ha ribadito che le due parti sono pronte a "chiudere le ferite, smettere con le divisioni, applicare i principi della riconciliazione e rafforzare l'unita' palestinese in tutti gli ambiti". Le parti hanno inoltre concordato sulla necessita' di riabilitare il Consiglio nazionale palestinese, il massimo organo rappresentativo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, parallelamente alla preparazione delle elezioni. L'emiro del Qatar ha sottolineato che i punti del documento "dimostrano la determinazione di Hamas e di Al Fatah di spendere l'unita' politica in favore del popolo palestinese. Negativo il commento del premier israeliano Benjamin Netanyahu, secondo il quale Abu Mazen, "ha preferito Hamas al processo di pace. Se dara' corso agli accordi di Doha, vuol dire che ha scelto di abbandonare il percorso di pace e di unirsi egli stesso a Hamas", ha affermato. La disputa tra le due fazioni comincio' nel giugno del 2007, quando Hamas caccio' con la violenza le forze di Abu Mazen e prese il controllo della Striscia di Gaza, mentre la Cisgiordania resto' sotto il controllo dell'Autorita' nazionale palestinese. A maggio del 2011 le due parti giunsero ad un accordo di riconciliazione con la mediazione dell'Egitto ma il processo si blocco' per la mancanza di un'intesa sulla ripartizione delle poltrone (compresa quella del premier) del governo di unita' nazionale che avrebbe dovuto portare alle elezioni. Le ultime elezioni legislative nel 2006 hanno visto la vittoria di Hamas, che pero' non e' mai stato riconosciuto come interlocutore dalla comunita' internazionale, che ha continuato a dialogare solo con la parte cisgiordana.
Il Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha espresso il proprio apprezzamento per l'accordo raggiunto a Doha tra Hamas a Fatah per la costituzione di un governo di unita' nazionale palestinese. ''Tutte le parti nei territori palestinesi devono lavorare per la riconciliazione'', ha affermato Schulz, che ora aspetta ''i dettagli sulla composizione del nuovo governo e la data per le elezioni parlamentari e presidenziali''. Il corretto e legittimo funzionamento del Consiglio legislativo palestinese e' infatti ''nell'interesse di tutti'' e l'Europarlamento ''e' pronto ad offrire il proprio sostegno''. Il presidente dell'Aula di Strasburgo ha inoltre invitato il futuro governo palestinese ''a lavorare in maniera pacifica con Israele per arrivare a un'intesa sulla base della soluzione dei due Stati''.
Martedì 07 Febbraio 2012
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Siria: perché Russia e Cina sostengono Assad? |
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Graziana Coco
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DAMASCO- Nonostante le pressioni della Comunità internazionale, Cina e Russia continuano ad essere alleate del regime di Assad.
Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha denunciato più volte la volontà degli "estremisti armati" di "provocare una catastrofe umanitaria nel Paese, per permettere interferenze straniere nel conflitto”.
In poche parole la linea della diplomazia russa è: Mosca non tollererà alcuna "interferenza" negli affari interni di un Paese sovrano. Perché?
Il regime di Bashar al-Assad è la carta vincente della Russia in Medio Oriente. Mosca ha una base militare a Tartus (secondo porto per importanza della Siria), nel Mediterraneo, e ha venduto l'equivalente di 529 milioni di euro di armi nel 2010 e, recentemente ha consegnato al regime di Assad 36 aerei da combattimento, Yak 130. "La Siria è il nostro ultimo alleato in Medio Oriente. Se noi la tradiamo, la nostra immagine ne risentirà", ha detto Boris Dolgov, analista politico.
In un'intervista alla televisione giapponese NHK, Sergei Lavrov ha accusato "alcuni dei nostri partner in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite" a "realizzare il degrado in Siria per i propri interessi geopolitici”, senza però vedere agli interessi della Russia.
Molti russi appoggiano la posizione del Cremlino. Ivan Safranchuck, analista politico russo, ha sostenuto al programma Inside di Al-Jazeera: “Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è un governo mondiale per decidere chi deve dimettersi. Dovremmo tenere a mente che il Medio Oriente è una regione molto instabile e che hanno bisogno di Stati di diritto e fondati sulla legge, piuttosto che stati chiesti dalle esigenze della strada”.
Anche i media cinesi difendono la posizione della Cina. “Il quotidiano ufficiale People's Daily, in un editoriale a firma di “Zhong Sheng” - pseudonimo che sta per la "voce della Cina" - evidenzia la sfiducia dei cinesi verso l'Occidente. L'articolista denuncia che "la situazione in Sira continua a peggiorare e il numero dei feriti civili continua a salire". Egli precisa che "il veto non significa" sostenere lo status quo e il perdurare delle violenze. Tuttavia, aggiunge, è la Cina, e non i suoi critici in Occidente, a comportarsi in modo "responsabile" per il bene del popolo siriano”, riporta stamane Asianews.
I seguenti motivi esposti dall’analista politico Amiel Ungar possono spiegare le posizioni assunte da Mosca e Pechino.
Stabilità - Entrambi i governi hanno sottolineato il fattore di stabilità per legittimare il loro potere autoritario. La Cina non vede di buon occhio le manifestazioni pro-democrazia di piazza e se cede, diffonderebbe un messaggio che potrebbe rappresentare una minaccia alla stabilità cinese raggiunta con un clima poco garante di libertà e diritti.
Se il regime di Bashar Assad cadesse in Siria, il messaggio sarebbe: il popolo può tutto. Quando la primavera araba esplose, la stampa cinese in un primo momento ha cercato di ignorare l’accaduto per poi passare a spiegare che la situazione cinese è molto diversa e non potrebbe accadere in Cina.
L'estremismo islamico -Entrambi i regimi temono l'estremismo islamico e la sua capacità di infettare frange estreme nei loro Paesi. Cina e Russia fino a questo momento hanno messo freni all’Islam.Vladimir Putin ha già rimproverato i Paesi occidentali di scatenare forze pericolose.
Multilateralismo -Russia e Cina vedono le rivoluzioni come tentativi da parte dell'Occidente di agire unilateralmente sulla scena mondiale, scavalcando e ignorando gli interessi di Pechino e Mosca.
"Non interferenza "-Nel loro tentativo di imporre il veto, sia la Russia che la Cina hanno fatto appello a una politica di “non interferenza negli affari interni del Paese”. In questo modo la Russia e la Cina, che hanno un forte legame con la Siria per la vendita di armi e hanno investito fortemente in questi regimi dittatoriali, perderebbero i loro vantaggi.
Siria e il Consiglio di sicurezza
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Sabato 4 febbraio 2012, 13 paesi hanno votato a favore della risoluzione proposta dalle nazioni europee e arabe. Russia e Cina ha posto il veto.
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La richiesta di dimissioni del presidente siriano era stata eliminata dal piano.
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Vitaly Churkin, ambasciatore russo alle Nazioni Unite, ha detto che le nazioni occidentali che votono la risoluzione "chiedono un cambio di regime, per spingere l'opposizione al potere".
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Sabato, Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, aveva detto che "occorre adottare misure per influenzare non solo il governo ... ma anche i gruppi armati, perché se non lo si fa per entrambi, si avvia una guerra civile".
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Mosca e Damasco sono partner strategici da decenni.
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Mosca è un importante fornitore di armi a Damasco.
Lunedì 06 Febbraio 2012
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Moustapha Abdeljalil: "In Libia regnerà un Islam moderato" |
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redazione ilmediterraneo
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TRIPOLI- Dopo la fine della rivoluzione libica, Moustapha Abdeljalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT), il governo provvisorio della Libia, ha fiducia nella nuova Libia che si prepara a celebrare il 17 febbraio il primo anniversario dell'inizio della rivoluzione libica.
In un’intervista esclusiva al quotidiano francese Le Figaro, Abdeljalil ha sostenuto di essere fiducioso e che la Libia riuscirà ad essere un Paese democratico. Di seguito parte dell’intervista.
L’ha sorpresa la rivoluzione del 17 febbraio?
No, me lo aspettavo.
E’ sicuro del processo di democratizzazione? L'elezione di un'Assemblea Costituente si terrà a giugno, come previsto?
Ho fiducia, nonostante gli ostacoli posti dal vecchio regime che è ancora invadente. Le elezioni si terranno come previsto.
Chi sono questi "invadenti"?
La legge vieta a coloro che hanno lavorato con Gheddafi di candidarsi alle elezioni. A causa di questa nuova disposizione, molti cercano di destabilizzare il Paese, facendo credere che non c'è sicurezza, e che la Libia attraversa un periodo di grande disordine.
Approssimativamente, quante persone non potranno candidarsi?
Non più di duemila persone.
Le persone che vogliono destabilizzare il Paese hanno gruppi armati a loro disposizione?
Sì, ma soprattutto soldi.
Pensa a persone specifiche?
Sì, penso a determinate persone, che, con i soldi, hanno raggiunto alcuni risultati. Possono comprare uomini e armamenti.
Il CNT può dire oggi che controlla l'intero territorio della Libia, anche a Tripoli?
La rivoluzione ha messo sotto controllo tutto il territorio della Libia. Parte è controllata dalle forze regolari, l'altra dai rivoluzionari.
Questa situazione può durare?
Il governo provvisorio ha lanciato un piano per integrare tutti i combattenti nell'esercito o nella polizia.
In quanto tempo si pensa di assorbire tutti i gruppi armati in un esercito nazionale?
Entro due mesi, crediamo di aver assorbito tra il 60 e il 70% dei combattenti rivoluzionari.
Come si procederà per le elezioni di giugno?
I partiti politici si stanno formando. Possono presentarsi come "forze politiche" o "movimenti della società civile". Queste liste devono essere formate per il 50% da donne.
Gli Islamisti sembrano essere avvantaggiati nella vittoria. Dovremmo preoccuparci in Occidente?
Gli Islamisti disturbano i libici prima di disturbare l'Occidente. L’Islam moderato regnerà in questo Paese. Il 90% dei libici vuole un islam moderato. Sono solo il 10% gli estremisti liberali.
Seif el-Islam Gheddafi deve essere giudicato in Libia o dalla Corte penale internazionale?
In Libia.
Quale ruolo giocherà dopo le elezioni di giugno?
Io non avrò incarichi politici. Voglio giocare il ruolo di pacificatore, di unificatore.
INTERVISTA INTEGRALE IN LINGUA FRANCESE
Giovedì 02 Febbraio 2012
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Monti dal suo posto fisso: "Italiani abituatevi alla precarietà" |
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Graziana Coco
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ROMA- Italiani abituatevi alla precarietà! Suona così l’interpretazione della nuova affermazione fatta dal Premier Mario Monti. In un’Italia sempre più in crisi e dove queste generazioni stanno pagando decenni di errori e di mal governo delle generazioni che hanno selvaggiamente avuto posti fissi per un intero nucleo familiare e non solo (e succede ancora oggi, ma solo per chi è Figlio Di), i giovani di oggi devono cambiare visione e accettare le sfide (sempre che ci siano…).
“I giovani si abituino a non avere più il posto fisso. Che monotonia. E’ bello cambiare e accettare le sfide”, ha affermato Monti ieri sera a Matrix. Tema scottante questo del lavoro, visto anche il braccio di ferro tra il ministro Elsa Fornero e i sindacati sull’articolo 18. “L’articolo 18 non è un tabù, può essere pernicioso per lo sviluppo dell’Italia. Sul mercato del lavoro è normale avere più dialogo e questo dialogo ci sarà, ma con tempi brevi, da Italia europea”, ha sostenuto Monti.
Ma il professore dall’alto della sua cattedra non sa che un giovane o un uomo, oggi, pur di portare a casa la pagnotta e non lo champagne, è disposto a saltare come una gazzella da un lavoro all’altro, il professore non sa che quella che lui chiama monotonia in altri termini si traduce precarietà: se non ci fosse altra chiave di lettura, la sua affermazione potrebbe avere anche il suo lato positivo, intesa come flessibilità/mobilità, ma si sa che quel “cambiare e accettare le sfide”, tradotto significa “sarete sempre preda dei padroni che faranno di voi ciò che vogliono”.
E mi dispiace notare che in tutta quella inutile manifestazione di affetto per gli italiani manca ancora una semplice ma efficace parola che andrebbe affiancata a quella del lavoro: MERITOCRAZIA.
“In Italia trovo l’opinione pubblica che sta recuperando il suo orgoglio, il suo patriottismo. L’altro giorno a Londra ho visto tanti giovani orgogliosi di essere italiani”, ha continuato. Felici e orgogliosi gli italiani? Forse sì, quelli che lavorano a Londra, mentre per chi resta in Italia la gioventù, parafrasando un grande, è un pendolo che oscilla tra la noia (quella del posto fisso ?!) e la depressione passando per l’attimo fugace della speranza.
Giovedì 02 Febbraio 2012
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