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Marocco, violenza sulle donne: un confine tangibile tra diverse realtà. |
CASABLANCA - (dalla corrispondente Maristella Rizzo) Number One è l’ultimo film della regista marocchina Zakia Tahiri uscito nelle sale lo scorso autunno. La pellicola racconta della storia di Aziz, dirigente in una fabbrica di abbigliamento a Casablanca, che offre lavoro a una cinquantina di operaie continuamente sottoposte ad umiliazioni e frustrazioni.
Aziz manifesta la stessa indole nei confronti della moglie e della figlia. Un giorno il protagonista, per fare buona impressione su una cliente straniera, sfodera il suo lato gentile e rispettoso. La moglie gli lancia un sortilegio nella speranza che quest’attimo di felicità non finisca mai. Aziz si converte al femminismo contro la sua volontà.
La storia raccontata da Zakia con una comicità ed un’ironia fuori dal comune nel cinema magrebino, rappresenta solo in parte ciò che è la realtà del paese. Le statistiche più affidabili relative alla condizione della donna in Marocco, provenienti quasi sempre da associazioni della società civile dipingono un quadro inquietante che sembra non esistere nella quotidianità di città dall’ambizione modernista come Casablanca o Rabat.
In particolar modo L’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) in un' inchiesta sostiene che il 55,3% delle donne intervistate ha dichiarato di conoscere direttamente una donna vittima di violenza. L’Associazione Marocchina Contro la Violenza nei Confronti delle Donne mostra un’altra caratteristica: le donne sposate sono quelle maggiormente sottoposte a violenza. Infatti più di due terzi delle donne sposate sono, secondo l’associazione, vittime delle vessazioni dei loro mariti o ex-mariti, in caso di divorzio.
Le aggressioni subite si concretizzano anche sottoforma di violenza psicologica, partendo dagli insulti fino ad arrivare alle minacce. Una delle forme di abuso più comunemente utilizzate (circa un terzo delle donne incluse nella categoria) è la privazione del sostegno economico, in un contesto generale caratterizzato da situazioni di dipendenza finanziaria nei confronti del proprio marito. Non è da trascurare inoltre, la percentuale di donne sottoposte a violenze corporali, calcolata intorno al 17%.
Il codice penale marocchino a questo proposito punisce qualunque forma di violenza fisica nei confronti di un coniuge, dei genitori o di qualunque altro discendente. E la pena è proporzionale all’entità dell’aggressione. Ma nonostante questa tutela giuridica, l’atteggiamento delle donne è tipicamente quello di nascondere la propria condizione, vittime in primo luogo del peso del giudizio sociale. La tutela da parte delle forze dell’ordine risulta sommaria o assente. E qualora la donna avesse avuto il coraggio di denunciare il marito, dovrebbe condurre al cospetto del tribunale ben dodici testimoni delle violenze che, come è risaputo, vengono perpetrate spesso nell’intimità delle mura domestiche.
Nel febbraio del 2004, il Marocco aveva colto un plauso generale per l’elaborazione della riforma del Codice della Famiglia, la “Moudawana”, risalente ormai al 1958. Tale riforma era stata frutto di numerosi studi da parte di accademici, teologi e giuristi, e si proponeva di riaffermare l’uguaglianza tra uomo e donna all’interno della sfera familiare. Indiscutibilmente questa nuova legislazione riconosce diritti fondamentali per le donne marocchine, come la possibilità di sposarsi indipendentemente dal consenso paterno o la possibilità di chiedere il divorzio. Ma quanto la macchinosità e la rigorosità di un codice a sei volumi possa influenzare la vita di una donna ed il suo coraggio è ancora al vaglio degli osservatori. Purtroppo in molti casi le leggi, e ancor di più i sortilegi, tardano a manifestare i loro effetti.
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