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Cronaca
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Egitto; drammatico cammino tra tensioni religiose e complotti antirivoluzionari |
IL CAIRO- Una corsa a ostacoli la transizione democratica egiziana. Con questa amara consapevolezza si risveglia il Paese delle Piramidi all’indomani della tragedia di Imbava: il poverissimo quartiere della capitale dove lo scontro tra cristiani e musulmani ha mietuto 12 vittime e 232 feriti.
Il dramma della chiesa copta di saint Mina messa a ferro e fuoco nella notte tra il 7 e l’8 maggio scorsi, riapre un dibattito a doppio risvolto: da un lato c’è la questione interreligiosa e la tutela di una cristianità comunque minoritaria.
Dall’altro c’è il focolaio, mai spento, del problematico cammino verso la democrazia e la sicurezza interna.
Vittorio Emanuele Parsi, editorialista dell’Avvenire (Cei), affronta il discorso dal punto di vista religioso esprimendo i timori per una concordia reale tra confessioni diverse, in particolare laddove l’ “Islam è comunque in maggioranza”. Al tempo stesso, però, Parsi riconosce che “Esistono evidentemente segnali incoraggianti per una possibile convergenza intorno ad alcuni principi politici universali tra le due sponde del Mediterraneo, che sarebbe sbagliato sottovalutare”.
Paura per l' "islamizzazione"
Se alcuni temono una “neoislamizzazione” come conseguenza di un post-regime dittatoriale, altri fanno notare come in questa delicatissima fase di transizione e di vigilia elettorale, la religione venga spesso velleitariamente strumentalizzata. Anche a costo di manipolare vite umane e far esplodere il conflitto, come è accaduto 3 giorni fa.
Teoria del complotto
Si fa strada sempre di più la cosiddetta “teoria del complotto”: i presunti scontri interconfessionali (nati dal rapimento di una donna ad opera di cristiani per “impedirle di convertirsi all’islam”), in realtà sarebbero una palese manovra di gruppi in combutta col vecchio regime. Un teatrino tragico, dunque, che avrebbe dietro le quinte uomini ancora fedeli a Mubarak, e il cui scopo sarebbe seminare il disordine e far credere che il Paese non sia pronto a diventare una nazione democratica e civile.
La denuncia dei giornali egiziani
Ma la cosa che sorprende l’osservatore occidentale è che, per la prima volta in tanti anni di silenzio mediatico, siano gli stessi giornali (una volta cassa di risonanza di un regime quarantennale) a denunciare l’imbroglio e chiedere che il popolo non venga tratto in inganno.
Menzionato dal quotidiano Al Masri al Yom, il muftì Ali Gomaa, una della più alte autorità religiose d'Egitto, ieri metteva in guardia il paese dal rischio di "una guerra civile", proprio mentre la polizia egiziana veniva accusata di inazione e ritardi durante la notte delle violenze. Sembra infatti che abbia “aspettato” diverse ore prima di intervenire a sedare gli scontri..jpg)
Anche nell’edizione di oggi il quotidiano egiziano riferisce di aver ricevuto da una fonte militare la notizia di una “congiura in atto per gettare l’Egitto in una guerra civile” mediante la provocazione di “faide settarie”. Autori della trama sarebbero uomini del vecchio regime, in particolare del disciolto Partito nazionale democratico che puntano a sabotare la rivoluzione del 25 gennaio.
La testata DailynewsEgipt stigmatizza fortemente l’escalation di violenze nel centro del Cairo: “La Chiesa bruciata nei tumulti penalizza la transizione egiziana” è uno dei titoli più emblematici. Anche qui si fa riferimento a delle cose “poco chiare” nella dinamica degli incidenti di Saint Mina. In particolare il quotidiano cita testimonianze che parlano di una reazione “troppo docile” da parte dell’esercito egiziano.
Ora toccherà alla Suprema Corte di Stato indagare sui fatti e appurare responsabilità ed eventuali “mandanti”.
Quanto al futuro del Paese, che molti vedono come una strada lastricata di rischi, la testata Al-Ahram, esprime la sua voce “fuori dal coro”, riportando il risultato di un sondaggio popolare. Il 57% degli intervistati si dichiara ottimista circa il futuro del paese.
L’inchiesta ha fatto emergere anche una nota interessante rispetto alle tendenze religiose del popolo egiziano: se il 62% si professa musulmano e si dice convinto che le leggi religiose vadano rispettate in toto, solo il 30% dichiara di simpatizzare con l’ultraconservatorismo.
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