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Aicha Ech Chenna, una vita al servizio delle donne, ci racconta il suo Marocco

il med - redazione ilmediterraneo
Monday 08 March 2010

CASABLANCA - (dalla corrispondente in Marocco, Maristella Rizzo) - La sede dell’Associazione Solidarité Femminine a Casablanca spicca tra i palazzi fatiscenti del quartiere. Un’architettura moderna e imponente racchiude tutta l’energia dei 20 anni di vita dell’Associazione.

 

L’ufficio di Aicha Ech Chenna, sua fondatrice, si trova al piano superiore, appena al di sopra dell’hamam gestito dalle ragazze madri che, rifiutate dalla società, vi hanno trovato un lavoro e, cosa più importante, la solidarietà delle altre donne. Aicha Ech Chenna, sessantotto anni, ha dedicato una grande parte della sua vita a questo progetto e, nel novembre 2009, si è vista attribuire il prestigioso Premio Opus assegnato annualmente a personalità internazionali che lottano in favore dei diritti umani e della giustizia sociale.

Aicha è al telefono, chiaramente esagitata, parla al suo interlocutore menzionando più volte le Nazioni Unite. Dopo qualche minuto mette giù la cornetta, mi guarda e mi sorride. Inizia a spiegarmi, come un fiume in piena, che oggi per lei la giornata non è iniziata per il verso giusto. «Mi costringono a mettere i guantoni da box» dice «lo sa? Ogni volta mi costringono a salire sul ring per farmi valere». Aicha mi spiega di come le Nazioni Unite non riconoscano i passi in avanti fatti dal Marocco per quel che riguarda i diritti delle donne. «Il Premio Opus è un riconoscimento importante, continua, Sono stata io a ritirarlo, ma appartiene al Marocco».

Aicha Ech Chenna ha una personalità fuori dal comune che emerge dal suo lavoro, ma anche dalle sue affermazioni decise. Un misto esplosivo di femminismo e patriottismo, di fede profonda in Dio e nella natura universale dei diritti umani.


Qual è l’atteggiamento delle donne marocchine nei confronti della lotta per l’emancipazione femminile?

«Le donne marocchine hanno sempre combattuto per i loro diritti. Negli anni sessanta ad esempio, appena dopo l’indipendenza dai francesi, solo che all’epoca il Paese era troppo giovane e non era pronto ad accogliere queste battaglie sociali. Negli anni novanta poi c’è stata un’altra ondata, coadiuvata dalla nascita di emissioni radio utilizzate come importanti strumenti in favore della libertà d’espressione. Anche la riforma del Codice della Famiglia, approvata nel 2004, è stata un indiscutibile risultato della nostra battaglia. Tuttavia rimangono ancora degli ostacoli molto grandi a livello legislativo, ad esempio, la legge che punisce le ragazze madri considerate colpevoli del reato di prostituzione.»

Quindi cos’è cambiato rispetto al passato in termini di autocoscienza?

«Potrà sembrarle strano quello che sto per dirle, ma nel passato le donne marocchine erano più forti. Il problema dei concepimenti al di fuori del matrimonio era affrontato con soluzioni più umane che si concretizzavano attraverso l’aiuto delle donne del quartiere. La società cercava degli stratagemmi per risolvere il problema, tutelando quanto più possibile il futuro nascituro che veniva dato in affidamento ad altre famiglie. Oggi non è più così, oggi la società non ha più punti di riferimento. Questo è dimostrato dal numero di neonati trovati abbandonati nei cassonetti della spazzatura. Questo non è il mio Marocco! Ricordo che prima le donne erano più solidali tra di loro: non potendo uscire di casa senza il permesso del marito, trovavano la forza di liberarsi da questa condizione attraverso i metodi più ingegnosi. Le faccio un esempio, le case in passato erano più basse e con i tetti a terrazzo, le donne, si spostavano passando di casa in casa attraverso i tetti per poter andare a trovare la vicina che sapevano in difficoltà.»

Qual è l’atteggiamento del governo marocchino nei confronti delle battaglie sociali portate avanti dalle persone come lei?

«Il Re Mohammed VI si è sempre molto interessato alle nostre battaglie. Ma il re è il Sovrano, non può addossarsi il carico di fare da assistente sociale ad un intero Paese. Il compito delle associazioni come la nostra è quello di accompagnare il Re per fargli comprendere le necessità del popolo. Allo stesso tempo la popolazione appartenente ad una certa classe sociale dovrebbe interessarsi maggiormente alla politica, andare a votare, essere più cosciente dei propri diritti. Solo con questo processo graduale si potrà ottenere la democrazia. Lei immagini un terreno ormai da tempo arido, non può gettarci una quantità enorme di acqua tutto in una volta perché diventa fango, il terreno della democrazia e dei diritti sociali è un terreno che va annaffiato poco a poco.»

Nel 2004 è stata approvata dal Parlamento marocchino la riforma del Codice della Famiglia. Tale riforma è stata accolta molto positivamente perché ha riconosciuto alle donne dei diritti importanti. Lei crede che sia stata una riforma efficace?

« La riforma del Codice della Famiglia è inefficace perché non è stata accompagnata da un lavoro pedagogico. Inoltre tale riforma è stata realizzata appena cinque anni fa, c’è bisogno di tempo perché le cose cambino. In Europa o nel mondo occidentale in generale, ci sono voluti secoli per poter godere effettivamente di determinati diritti. Cinque anni mi sembrano pochi, lei che ne pensa? Poi il problema maggiore è la presenza delle forze islamiste nel Paese. Il Re ha fortemente voluto la riforma, sono gli islamisti che in parlamento hanno votato contro.»

Il 10% dei matrimoni in Marocco coinvolgono ragazze minorenni. Il fenomeno quindi è sempre presente e anzi, sembra essersi rafforzato negli ultimi anni. Qual è il quadro reale della situazione?

Gli islamisti, che per me non sono musulmani, diffondono un’interpretazione sbagliata della religione che ha presa soprattutto nelle campagne. Le famiglie che non hanno i mezzi preferiscono far sposare le loro figlie il prima possibile, anche se minorenni. Ciò avviene in maniera del tutto illegale. Viene praticato un matrimonio religioso che non è riconosciuto civilmente. Allora se sei una ragazza fortunata e “ti capita”un tipo apposto non hai problemi, ma se ti sposi con un uomo violento e che ti maltratta allora sorgono tutta una serie di complicazioni. Se poi hai avuto dei figli, questi sono, agli occhi della legge dello Stato, illegittimi e questo genera conseguenze molto negative per le donne che, arrivate a questo punto, non hanno più alcun diritto.»

Voi pensate che ci siano dei pregiudizi da parte degli occidentali nei confronti delle donne arabe?

«Sa cosa penso io? Io dico che è troppo comodo avere dei pregiudizi quando non si è fatto nulla per aiutare le donne arabe ad emanciparsi. Per esempio, le donne marocchine emigrate in Francia, in Italia ed in Europa in generale, vengono dalle zone più remote del Paese e non hanno gli strumenti per cambiare la loro situazione, non hanno un’educazione. Arrivate in Europa, non c’è nessuno che le aiuti, che le inserisca in un cammino di presa di coscienza, vengono emarginate e le cose non cambiano. Allora come possiamo criticare, se siamo noi i primi a non fare nulla? Poi per quanto riguarda l’atteggiamento della società occidentale nei confronti delle diversità c’è un errore di fondo. Nei dibattiti viene utilizzato spesso ed erroneamente il termine “tollerare”, a me non piace questa parola perché pone automaticamente le persone su dei livelli diversi: io ti tollero perché sono superiore. Il termine più adeguato secondo me, è “accettare”. I governi occidentali poi dovrebbero fare di più. Ad esempio perché il governo italiano non invita i “marocchini buoni” a parlare con gli immigrati. Se ci andassi io in Italia potrei parlare alle donne marocchine, spiegargli la loro condizione. Ma no ci si limita solo a criticare.

Cosa mi può dire sull’infibulazione in Marocco?

L’Infibulazione in Marocco fortunatamente non è praticata. Ci sono tante cose che non vanno bene, ma per fortuna questa violenza non ha attecchito. L’infibulazione fa sempre parte di quella interpretazione assolutamente deviata della religione, che vuole le donne ridotte ad uno zero. Porta le donne ad essere private del piacere sessuale, è di una violenza inaudita. Ci tengo a ripetere che questo non ha nulla a che vedere con la religione.

Qual è la sua opinione sul dibattito a proposito del velo integrale?

« Le donne che portano il velo sono delle vittime. Il velo di cui si parla nel Corano, non è il nijab, il foulard che ormai molte donne portano in testa, né il niquab, quello integrale che lascia intravedere solo gli occhi. Quello di cui parla il Corano è un velo interiore che una donna dovrebbe avere per proteggere la sua anima, non i suoi capelli.»

Ma ci sono molte donne musulmane che rivendicano a testa alta il fatto di aver scelto liberamente di portare il velo.

« Le ripeto che sono donne vittime del condizionamento da parte di interpretazioni sbagliate del Corano. Quella non è la mia religione, non so cos’è, ma di sicuro coloro che incitano a questo genere di costumi non sono dei musulmani. Le racconto una storia: nel 1996 mi trovavo in un liceo a Tangeri per presentare il mio libro “Miseria”. In quegli anni il movimento islamista era molto attivo e cercava sostenitori tra i banchi delle scuole. Il liceo in cui mi trovavo era frequentato sia da ragazzi che da ragazze, alcune di loro velate. Ad un certo punto un allievo alza la mano per intervenire: “ma Signora Aicha, come faccio io a concentrarmi durante la lezione, se di fronte a me c’è una ragazza in jeans e con i capelli scoperti?”. Io gli ho risposto: “figlio mio, se tu non riesci neanche a controllare i tuoi istinti sessuali allora vuol dire che hai bisogno di uno psicologo. Le giuro che gli ho detto proprio queste parole. Eh perchè non è così forse?»

Lei sembra sempre così ottimista.

«Io sono ottimista perché io so di avere una missione sulla terra. Anche in sogno ho ricevuto dei messaggi che mi hanno convinta ad andare avanti nel mio lavoro nonostante le difficoltà ed i momenti di sconforto. Io credo molto in Dio ed è la fede che mi ha dato la forza di lottare per proteggere ed aiutare le donne in difficoltà. Io sono musulmana, ma non vado in moschea, la mia religione la vivo in modo intimo. In più lo sa? Io in alcune moschee non posso neanche entrare, sono stata condannata da “quelli” perché sostenevano che incitassi alla prostituzione. Io faccio solo quello che Dio mi dice di fare.»

Cosa deve accadere affinché la condizione della donna come vittima della società cambi in Marocco?

«Perché le cose cambino le donne marocchine devono comprendere la loro natura di esseri umani. Non sono schiave o oggetti sessuali, sono persone ed in quanto tali hanno dei diritti. È questo quello che auguro a tutte le giovani marocchine nella giornata internazionale della donna: di riuscire ad ottenere il rispetto che meritano in quanto esseri umani.»
 


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