|
Thursday 25 February 2010
PARIGI - Ho conosciuto Pablo Lentini Riva a Napoli, in occasione della presentazione del suo romanzo “Notturno per violoncello solo” uscito per i tipi di Ellin Selae. Musicista di successo (insegna chitarra classica al conservatorio di Parigi), mi ha confessato che la scrittura è stata la sua prima passione. Qualche mese dopo, l’ho raggiunto nella capitale francese e davanti a un caffè che ci ha fatto rimpiangere Napoli mi ha rilasciato questa intervista.
Ho letto il tuo romanzo e ne sono rimasta colpita. E’ uno di quei romanzi dai quali non si riesce a staccarsi e a mio parere è un dono importante.
E’ quello che io stesso chiedo ad un romanzo che inizio a leggere. Nonostante cerchi di curare la finezza dello stile, evito ogni ridondanza. Non trascuro la parentesi poetica, momento in cui la lingua del romanziere si cristallizza per brillare, ma cerco di essere sempre diretto, essenziale. Vado avanti, insomma, cosciente del fatto che in letteratura, come in musica, la pulsazione è preziosa.
Partirei dall’inizio. Pietro Fossati, protagonista del “Notturno”, scrive: “Potevo solo intraprendere la discesa nella valle degli echi, ma guardavo giù in preda al panico senza risolvermi a partire, con una verità paurosa che mi pulsava nelle tempie: a metà della vita siamo mezzi morti.”
E’ l’amata e odiata maturità o l’istante in cui il pensiero e lo sguardo diventano più acuti, di conseguenza la morte appare in filigrana ovunque. Da quando comincia a fare capolino dietro un mazzo di fiori, dietro il volto di una donna, perfino alle spalle di un bambino, non possiamo che sentirci beffati, ma è solo da quel momento che riusciamo davvero a raccontare qualcosa agli altri. Tutto quello che Fossati fa, lo fa per contrastare questo disamore, tuttavia qualsiasi appiglio scelga gli sfugge di mano: Simon, il bambino prodigio, Adam, un vecchio suonatore d’organetto, Beatrice, la bellissima musa, e anche la bellezza in senso lato.
E nella sua lotta per salvare quello a cui tiene Fossati tradisce tutti e tradisce in primo luogo la fiducia che gli ha accordato il lettore.
Amo la narrazione in prima persona proprio per questo: il lettore, senza sapere con chi ha a che fare, è portato a credere al protagonista. S’immedesima nelle sue vicissitudini, magari s’innamora di lui, poi assiste esterrefatto alla trasformazione, allora è costretto a fargli un processo, ma è anche obbligato a farlo a se stesso. E’ come guardarsi in uno specchio che un giorno comincia a deludere le nostre aspettative.
Cosa intendi?
Quando Fossati diventa un antieroe è tardi per limitarsi a giudicarlo e ci si trova a dover scegliere con lui. Il “Notturno” è così: sebbene Fossati diventi un mostro, molta gente mi ha confessato che al suo posto si sarebbe comportata esattamente come lui. Scoprire le proprie bassezze attraverso la letteratura è illuminante e aiuta a conoscersi per diventare più saggi o almeno per smettere di giudicare gli altri con leggerezza (che poi è la stessa cosa).
In un articolo apparso sul Corriere della Sera, Ida Bozzi, sostiene che Fossati “difende il talento dell’allievo Simon come raramente gli artisti sanno fare”. La tua esperienza di musicista e di professore ti trova d’accordo con questa affermazione?
E’ un’osservazione sottile. In campo artistico, ma anche in altri, la trasmissione del sapere passa per due canali: c’è quello che il maestro vuole dire all’allievo e quello che l’allievo (o l’apprendista) riesce a rubargli. Diciamo che l’allievo di talento è il più abile dei ladri. Fossati ad un certo punto è convinto di aver trovato il suo erede e con Simon decide di aprirsi. E’ innamorato del genio di questo ragazzino attraverso il quale ritrova qualche fiducia nel mestiere di professore e tenta di fare del suo meglio: lo protegge, lo aiuta.
Un altro personaggio centrale è Adam Fulara, il vecchio suonatore d’organetto. Cosa rappresenta per Fossati?
Adam è una figura paterna e nello stesso tempo è una sorta di doppio del protagonista. Il suo angelo custode. Diventa il confessore di Fossati, poi si assume la responsabilità del suo crimine. Sembra uscito da un sogno, tuttavia chi ha camminato per le vie di Parigi, si è reso conto che qui passato, presente e futuro non convivono solo grazie all’architettura. Questa città è piena di spettri e viaggiatori del tempo. L’altra sera, ad esempio, ero a Montmartre con mia moglie e in place des Abbesses ho visto un uomo di un’ottantina d’anni che osservava il passaggio. Fino a qui nulla di strano. Era silenzioso e ci guardava spaesato. Il fatto è che quel tizio era vestito come ci si vestiva alla fine dell’Ottocento, con tanto di panciotto e orologio da taschino e non era mascherato, giuro, perché quando qualcuno si traveste ha sempre un’aria un po’ fasulla. Tutto era antico in lui: dall’atteggiamento, ai tratti del volto. Quei vestiti erano la sua seconda pelle, non un costume. Allora ho chiesto a Veronica se lo vedesse anche lei, per sincerarmi di non avere le allucinazioni.
E lo vedeva?
Sì, per fortuna, e di figure così ne incontro spesso, poi provo l’impulso di raccontare la loro storia. Prendi Fulara: Fossati lo incontra su un ponte intento a gettare uno ad uno dei documenti nella Senna. Io un signore che faceva esattamente la stessa cosa l’ho visto davvero ed è stato talmente bruciante il desiderio di sapere cosa gettasse nel fiume che ho dovuto inventare una storia lunga come un romanzo.
Non potevi semplicemente chiederglielo?
Ha mai provato a parlare con uno spettro?
I tuoi progetti per il futuro?
Conservare un certo equilibrio.
Il romanzo “Notturno per violoncello solo” di Pablo Lentini Riva, ELLIN SELAE, PP 235 si può ordinare direttamente all’editore (
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
)
al prezzo di 14 euro, senza spese postali aggiuntive.
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Foto: Veronica Mecchia |