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Mass media: unico vero mezzo di integrazione euro-mediterranea

IMED, Istituto per il Mediterraneo - Italia IMED
Wednesday 29 October 2008

Intervista a Giacomo Mazzone, Segretario Generale di Eurovisioni

G. M.: Eurovisioni è una manifestazione che si svolge da 22 anni. E’ stata promossa da una serie di operatori delle televisioni europee che si sono trovati a Roma nel 1987 per cercare di parlare dei problemi comuni della televisione europea. Da allora ci si ritrova ogni anno per discutere di temi che in quella fase storica si ritiene siano i più importanti.
 

Qual’era il tema di quest’anno?
Quest’anno il tema era molto legato a quello discusso da Euromed Audiovisual. Si trattava del problema dell’integrazione. Gli immigrati in Europa provengono soprattutto dai Paesi sud del Mediterraneo e dall’Est europeo. Il problema che si pone è quello di capirsi e confrontarsi. La società di oggi, molto più complessa e multietnica, non può essere un ritorno al passato perché quel passato non c’è più. Ma non si può integrare in Europa un 80 per cento di persone e lasciare l’altro 20 per cento di immigrati fuori dall’integrazione. E poi, come i cittadini del sud del Mediterraneo guardano i nostri canali televisivi, noi e le comunità che vivono nei nostri paesi ricevono i loro. Il problema quindi è quello di trovare una modalità di rapporto reciproco. E’ stata una gioia poter organizzare allo stesso tempo il nostro festival e il seminario Euromed Audiovisual.

Eurovisioni si occupa soltanto di Europa?
Nel 1987 si usciva da poco dal monopolio televisivo e parlare di Europa sembrava già molto. In 20 anni l’Europa l’abbiamo acquisita, allargata a 27 e, soprattutto, stiamo vivendo il fenomeno della globalizzazione. Se prima ci preoccupavamo di sapere cosa accadeva nel paese vicino, oggi dobbiamo preoccuparci anche di quello che accade in un continente lontano.
E poi, per il nostro modello europeo, il Mediterraneo rientra direttamente nell’interesse di Eurovisioni perché lo spazio televisivo è in realtà uno spazio euro-mediterraneo. Basti ricordare che la zona in sede ITU (the International Telecommunications Union), la zona europea di radiodiffusione, va da Reykjavik fino giù in Marocco, in Medio Oriente e su fino a Mosca. La frontiera naturale non è il mare che trasmette le onde, ma il deserto.

Che cos’è il modello europeo?
L’Europa ha un modello unico al mondo perché si compone di televisioni pubbliche, private, a pagamento e così via che coesistono e hanno pari dignità. Nel resto del mondo non è così, o ci sono le televisioni di stato, o come in America non c’è la televisione pubblica, ma solo quella commerciale. Quando noi parliamo di modello integrato parliamo di modello europeo. Difendere o cercare di esportare il modello europeo significa difendere un modello di integrazione non imperialista, che consente e favorisce l’integrazione e che ha invece al suo interno la logica dello scambio.

Lei ha fatto parte del Gruppo di Riflessione, istituito da Euromed Audiovisual, che insieme ad altre 16 personalità europee e mediterranee del mondo del cinema hanno redatto un documento sulle possibili future strategie per una cooperazione euro-mediterranea nel settore. Qual è secondo lei la priorità di queste raccomandazioni da tenere in conto per il prossimo futuro?
La priorità è innanzitutto quella di non interrompere il programma Euromed Audiovisual. Già due volte in passato l’Europa ha avviato dei programmi di collaborazione audiovisiva con i paesi mediterranei. Che fossero giusti o sbagliati, fatti bene o fatti male, la Commissione europea ha lanciato un messaggio di speranza a questi paesi e alle giovani generazioni, dove il 50 per cento della popolazione ha meno di 30 anni. Questa è la terza volta che l’Europa dice “vi aiutiamo”. Se si decidesse di chiudere con il programma l’Europa farebbe un tragico errore. Come possiamo essere credibili, se prima mandiamo un messaggio in cui diciamo che vogliamo integrare, soprattutto attraverso i mass media che sono l’unico mezzo vero di integrazione e poi ci fermiamo? Quello che mi consente di confrontarmi e di capire i popoli del sud del mediterraneo è il loro cinema che arriva da noi e il nostro che va da loro, i loro canali televisivi visti da noi e viceversa. E’ l’unica strada per capirsi e conoscersi. Costruire strade e ponti è certamente utile ma non serve per capirsi. Sarebbe quindi un tragico errore. Quel che è essenziale è la continuità.
 


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