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Libri - Cultura

Nevè Shalom, romanzo d'esordio di Nuccio Franco. Intervista

Italia redazione ilmediterraneo
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nuccio francoROMA - Probabilmente sono ancora in pochi a conoscere il villaggio israeliano di Nevè Shalom – Wahat al Salam, situato a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv ed il cui nome deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’ Oasi di Pace”.

Creato alla fine degli anni ‘60 da Ebrei ed Arabi palestinesi grazie all’iniziativa del padre dominicano Bruno Hussar,esso rappresenta un esempio di dialogo tra popoli la cui storia è caratterizzata, da sempre, da conflitti e vicendevoli ferite.

In questa realtà s’inserisce il primo romanzo di Nuccio Franco attraverso il racconto di una delicata storia di amicizia e di amore tra persone culturalmente diverse che imparano ad osservare il mondo l’uno con gli occhi dell’altro.

Da sempre attento alle problematiche legate al mondo mediorientale, l’autore ci conduce per mano in questa realtà unica nel suo genere aprendo la porta alla speranza.

“Credo si tratti di un esempio di come sia possibile un percorso che vada oltre i pregiudizi e che consenta un dialogo reale, necessario soprattutto in un momento in cui si acuiscono conflitti e tensioni” ci dice l’autore.

“Spero di aver contribuito,nel mio piccolo, a diffondere un messaggio positivo nel quale credo fermamente e l’insegnamento di quanti lavorano quotidianamente ad un progetto unico che a mio avviso va incoraggiato nella speranza che esperienze del genere possano essere replicate.”

nevè ShalomDa dove nasce la tua passione per l’Islam, dalla religione o dalla politica?

Nasce casualmente, dalla lettura di un libro di Karen Armstrong che mi ha incuriosito inducendomi ad approfondire una religione, un mondo per certi versi estraneo alla mia educazione, sostanzialmente laica.

Mi sono dedicato, quindi, allo studio di una realtà che ho scoperto col tempo essere assolutamente totalizzante e che presenta molti tratti in comune con la nostra cultura, più di quanto si possa immaginare.

Un aspetto che mi ha colpito è stato senz’altro l’assenza di una mediazione tra il fedele e Dio,il vivere l’esperienza spirituale in maniera assoluta nella consapevolezza delle proprie responsabilità di fronte agli uomini ed al mistero divino e l’ortoprassia, molto più accentuata rispetto ad altre religioni.

Tuttavia,ciò che attualmente più mi interessa, non è tanto l’aspetto politico o religioso della questione quanto quello sociale e sociologico, le sue ricadute in seno alla società, la possibilità di un confronto costruttivo con modi di essere e di agire talvolta completamente differenti ma che, ne sono convinto, possono e devono trovare una sintesi.

Nel tuo libro appena pubblicato parli delle cicatrici di Israele, di kippà e di hidjab, ma anche di birra e di i pod e Pink Floyd. Come si coniugano per questi due popoli occidente e oriente e che cosa è oasi di pace per loro?

Uno dei personaggi del libro, Yoshua, è ebreo e vive appieno la propria condizione ricca di contraddizioni. E’ consapevole dell’orrore perpetrato ai danni del suo popolo da un dittatore in preda al delirio di onnipotenza. Ciononostante, non si rassegna all’idea che la storia si possa ripetere sotto mutate spoglie e che a cambiare siano soltanto i protagonisti. Non concepisce e non si rassegna al fatto che alla violenza si debba rispondere solo con altrettanta violenza ma è persuaso che esista una strada alternativa, una mediazione possibile quanto necessaria. E’ questo il suo tormento, ossia la ricerca di una ragione superiore per cui una vita sia degna di essere vissuta, al di là di atavici pregiudizi e contrapposizioni che trovano la propria ragion d’essere nella politica le cui logiche sono talvolta perverse.

In sostanza, le atroci sofferenze del popolo ebraico sono indiscutibili; meno legittima, a mio avviso, la posizione dello Stato d’Israele nei confronti della questione palestinese.

Quanto alla kippà ed allo hidjab, essi rappresentano un simbolo di identità, non di contrapposizione ma semplicemente un modus vivendi,una concezione del proprio essere al mondo.

Per il resto, soprattutto i giovani, cercano di vivere normalmente seppur nella consapevolezza del pericolo ed un bicchiere di birra con gli amici o un pezzo dei Pink Floyd è ciò che riduce le differenze, sino ad annullarle.

La coscienza di un mondo più giusto, dove i momenti di unione siano superiori alle fisiologiche differenze che comunque accrescono e ci rendono migliori, la musica, gli amici e l’amore è ciò che unisce oriente ed occidente. L’oasi di pace è il superamento di ciò che si fa passare volutamente per utopia, per un dato di fatto strumentale ad altri scopi simile ad un dogma impossibile da mettere in discussione, ossia la possibilità di una pace giusta e duratura dove ognuno possa veder riconosciuto il proprio ruolo, la propria dignità.

Ed invece per un muro che cade (Berlino, ndr), altri se ne alzano, come quello israeliano in Cisgiordania.Per molti giustificato da ragioni di sicurezza ma in realtà origine di un nuovo ghetto. Sarò un idealista ma è una logica che mi risulta difficile comprendere.

Gli scrittori sono sempre molto inquieti, hanno bisogno di scrivere e esternare, per te scrivere rappresenta oasi di pace?

L’inquietudine è la mia compagna di viaggio ma con essa ho imparato a convivere. Certamente scrivere per me è catartico e mi consente di raccontare, di condividere le mie esperienze ed emozioni, come quelle vissute al villaggio, in Israele, in Palestina, a Gerusalemme come ad Hebron.

E’ come ripercorrere più razionalmente un cammino e porlo al servizio degli altri nel tentativo di spiegare affinchè equivoci o luoghi comuni possano essere chiariti,fugati.

Questo mi da pace, si, decisamente.

Come spiegheresti l’Islam a tuo figlio?

E’ difficile riuscire a spiegare pienamente l’Islam ad un adulto, figuriamoci ad un giovane. Esso non rappresenta un monolite ma una realtà variegata. Si tratta di un qualcosa che si evolve nel tempo, attraverso un dibattito sia interno tra le varie anime che lo compongono ma anche esterno in un quotidiano confronto con la società.

Gli direi che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca sono diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni anche se le modalità di espressione possono talvolta essere diverse ma che non esiste quella giusta o sbagliata. Tutto si riduce ad una sintesi superiore che va oltre ogni cosa.

L’Islam, quello autentico è amore, tolleranza ed equilibrio che nulla ha a che fare con la malvagità dell’animo umano che trascende la religione e che, spesso, la travisa. Il radicalismo di certe fazioni non è l’Islam e guai a confondere i due piani.

Al contempo, lo inviterei a discernere, ad approfondire senza mai fermarsi alle apparenze ed a comprendere le ragioni dell’altro perché in ogni pensiero o azione ci può essere un messaggio assolutamente apprezzabile, di pace e tolleranza. Ciò sulla base di un principio fondamentale: l’uguaglianza e la pari dignità dell’essere umano.


Lunedì 21 Novembre 2011


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