MADRID- Un anno esatto dalla pagina più gloriosa del calcio spagnolo. Sono passati 365 giorni, ma l’eco della vittoria mondiale è per gli iberici musica trionfale che non si dimentica facilmente.
L’11 luglio del 2010 la Nazionale di calcio diretta da Vicente Del Bosque assestava un unico quanto pesantissimo goal all’Olanda: 1 a 0, quanto bastava per portare a casa la Coppa del Mondo.
In un anno di vita spagnola molte cose sono accadute. Una crisi economica che imperversa senza tregua; una rivolta, quella dei caparbi Indignados che sfidano corruzione e indifferenza politica, tra le più giovani ed autentiche d’Europa; un terremoto che a Murcia ha provocato 9 morti e centinaia di feriti e sfollati; un crollo, stavolta politico, ai danni del socialismo di Zapatero, castigato alle ultime elezioni amministrative.
Eppure, la passione mediterranea per il futbol sta sempre lì, intatta come le immagini e titoli che i maggiori quotidiani del Paese fanno scorrere nelle vetrine mediatiche di oggi.
Celebrazioni sui quotidiani spagnoli
“In memoria dei signori Nessuno, e dei Maledetti” titola El Mundo, per rimarcare quanto fosse forte l’accanimento iberico e mondiale su una nazionale tradizionalmente sfortunata: per anni a caccia di una finale mondiale, per decenni a bocca asciutta di gloria.
Ma un anno fa le cose cambiano. Il girone di qualificazione vede prima la sconfitta-shock con la Svizzera: una scossa elettrica troppo forte per non risvegliare i fenomeni del calcio europeo. Così, Xavi, Casillas, Puyol, Piqué, Busquets, Pedro, Villa e compagni si danno da fare. Sarà un’invincibile armata: nella semifinale cade una superba Germania, nella finale l’Olanda attacca duro, ma Casillas in porta è un baluardo. Si va ai tempi supplementari, mancano 4 minuti alla lotteria dei rigori. “No puede ser esto”: non può finire così, e il popolo delle vuvuzelas iberiche lo sa bene. Ci penserà Andres Iniesta, a marcare il gol più atteso centrocampista del Barcellona e tutt’oggi considerato secondo solo all’ immenso pallone d’oro Messi.
“El Año que fuimos reyes”
L’annata in cui siamo stati re, è un altro dei titoloni della sezione sport del Mundo: “Non siamo nient’altro che la nostra memoria. È per questo che un anno fa a Johannesburg, si è scritta la pagina più gloriosa del calcio spagnolo. Per citare ancora lo scrittore Borges, nel museo delle forme incostanti, dopo un ammasso di specchi rotti rimane il giorno della finalissima. L’infinita stretta di mano tra Casillas e Robben (rispettivamente capitani della nazionale spagnola e di qualle olandese, n.d.r.), il delirio del gol, le prime parole di quelli che erano diventati campioni del mondo”. Estasi giornalistica o anacronistica esaltazione sportiva?
È difficile dirlo, ma di sicuro la vittoria nella Finalissima è rimasta un vanto divino per la maggior parte degli spagnoli, tifosi e non, perché si sa che un Mundial è una febbre molto contagiosa e i cui effetti collaterali durano nel tempo. Ed oggi è forse anche un ricordo-antidoto ai tanti guai del presente.
Tra i vari commenti degli utenti alle celebrazioni giornalistiche spicca quello di un certo Pedro: “Avrebbero dovuto eliminare dal calendario tante feste nazionali inutili e proclamare questa dell’11 luglio come vera ricorrenza di orgoglio spagnolo”. Campioni del mondo, (evidentemente) anche di ironia.
(Fonte Foto: El Mundo)
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