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Intervista esclusiva a Martin Shaw, sociologo della guerra |
NAPOLI - Martin Shaw è professore di relazioni internazionali all’università del Sussex, potremmo definirlo un sociologo della guerra, ma i suoi studi spaziano dalla politica globale al genocidio. Nel suo volume “L’Occidente alla guerra”, pubblicato in italiano nel 2005 dalla casa editrice EGEA dell’Università Bocconi, mette in discussione la nuova idea di una “guerra pulita”, di una “guerra di precisione”, in cui la protezione dei civili ha una bassa priorità rispetto a quella dei soldati.
L’Occidente con il suo nuovo modo di fare la guerra ha messo in campo altri attori oltre ai militari, tra i più influenti troviamo proprio i mezzi di comunicazione che da qualche anno hanno iniziato ad usare un linguaggio distante da quella che poi è la realtà effettiva. “Bombe intelligenti” e “guerre di precisione” sono termini maggiormente connessi alle parole vittime ed errore.
• Secondo lei la guerra oggi ha più una connotazione domestica o internazionale?
Clausewitz ha definito la guerra come “continuazione della politica con altri mezzi” e con ciò intendeva più che altro la policy tra gli stati; la natura della guerra è di per sé internazionale. Tuttavia oggi la guerra è politica in un nuovo senso, essa è anche parte integrante degli affari interni di una nazione in termini di elezioni e in questa accezione si può affermare che i conflitti sono domestici.
• Lei ha detto che i mezzi di comunicazione sono un elemento essenziale di questa nuova strategia. Come possiamo superare la manipolazione dei media e avere un immagine realistica di ciò che succede intorno a noi?
I mezzi di comunicazione possono facilmente manipolare l’opinione pubblica, nelle guerre più recenti hanno definito quasi tutte le operazioni militari come rapide e riuscite nonostante non fosse proprio così. Basti pensare che in America l’80% della popolazione era favorevole ad un conflitto, almeno inizialmente. Ma quando problemi inaspettati si verificano la situazione può cambiare completamente. Le posso fare un esempio, nel 1991 dopo la fine della Guerra del Golfo i curdi si ribellarono contro Saddam, quest’ultimo li represse e milioni di rifugiati si riversarono in Turchia e in Iran. I media occidentali mostrarono le immagini della loro fuga e tutto ciò fu davvero imbarazzante per i governi coinvolti perché non avevano pianificato questo effetto e non sapevano come contenerlo. Anche nelle ultime fasi della guerra in Iraq la stampa ha denunciato la mancanza del successo politico…Con questo voglio dire che i mezzi di comunicazioni possono essere altrettanto dannosi per chi governa e non solo per le masse.
• Se fare il soldato è diventata una professione, come le nuove guerre hanno cambiato il ruolo delle masse?
Non c’è più partecipazione diretta, la gente diventa spettatrice come se si trovasse di fronte ad un evento sportivo per citare Michel Mann che parla di “spectator sport militarism”.
• Nel nuovo modo occidentale di fare la guerra c’è meno mobilitazione. Questo non dovrebbe creare un consenso maggiore tra l’opinione pubblica?
Nelle guerre attuali si mandano soldati volontari o professionisti che svolgono il loro ruolo come un vero e proprio mestiere, in Vietnam ad esempio non era così. Attualmente stiamo assistiamo ad una mancanza di partecipazione popolare. Il fatto che questi uomini decidano di andare spontaneamente a combattere sicuramente attenua le critiche della società civile, ma in modo minimo. La gente si indigna ancora davanti alle loro morti e paradossalmente questi soldati specializzati stanno diventando sempre più preziosi.
• Gli americani comprendono i costi materiali ed economici delle guerre che hanno condotto? Queste nuove guerre stanno in sostanza stanno degenerando per i costi o per il meccanismo del trasferimento del rischio politici-militari-civili?
Non abbiamo parlato di mercato globale, ma basta sapere che negli Stati Uniti l’industria militare è molto importante, c’è un settore militare in quasi ogni stato e quindi il costo della guerra viene attutito da questa fetta di produzione che costituisce un fattore essenziale dell’intera economia americana. Per quanto riguarda il lato etico del trasferimento del rischio c’è una enorme disparità tra le morti di soldati professionisti e civili; lo abbiamo visto in Kosovo, l’Occidente conferisce priorità ai suoi soldati e opta per bombardamenti intensi e via aerea.
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