TIRANA- L’aquila a due teste albanese si è macchiata di sangue e il braccio di ferro tra manifestanti e governo rischia di essere ancora molto lungo. Dopo gli scontri di venerdì pomeriggio a Tirana, nel corso dei quali hanno perso la vita tre civili inermi (il video della tragedia ha fatto il giro del mondo) non si placa la tensione nel piccolo stato balcanico.
Non si è trattato di un conflitto imprevisto, né tanto meno di un’emulazione improvvisata sull’onda emotiva delle proteste maghrebine, come qualcuno ha ipotizzato.
Il vento di protesta spirava con forza in Albania già da molto tempo: da quando, nel giugno 2009, il partito socialista perse di pochissimo le elezioni, e accusò il partito dell’attuale premier Sali Berisha (Partito democratico d’Albania) di brogli elettorali.
Un governo debole, una situazione fatta di decrescita economica, uno status di malessere sociale per riforme attese, promesse, e mai portate a compimento: tutto questo più le accuse di corruzione e traffici illeciti mosse nei confronti di alcuni esponenti illustri del partito democratico (Ilir Meta, braccio destro di Berisha è stato costretto alle dimissioni proprio la scorsa settimana), ha acutizzato il disagio, fino al culmine di questi ultimi giorni, quando centinaia di albanesi sono scesi in strada per chiedere giustizia, pace sociale ed elezioni anticipate.
Oggi le strade della capitale sembrano tranquille, ma le dichiarazioni incrociate del primo ministro e del leader dell’opposizione rivelano uno scenario per nulla disteso.
Di chi è la responsabilità dei tre morti di venerdì scorso?
L’opposizione socialista, guidata dal sindaco di Tirana Edi Rama, accusa senza mezzi termini il governo di “omicidio di stato” e complicità governativa nei confronti di assassini: i sei ufficiali della Guardia Repubblicana che hanno sparato sulla folla sono colpevoli e le riprese televisive li hanno pienamente inchiodati. A detta di Rama, nonostante sia stato emanato nei loro confronti un mandato di cattura per omicidio plurimo, uso eccesivo della forza e abuso d'ufficio, non è stato chiarito se gli arresti siano stati eseguiti o meno.
Dal canto suo Berisha non solo non chiarisce, ma contrattacca: è dei socialisti la vera responsabilità morale dell’accaduto, poiché sono stati loro a sobillare i manifestanti per tentare il colpo di stato.
“Rama ha toccato le istituzioni dello Stato, e se ci proverà una seconda volta avrà una punizione esemplare, quello che merita ogni bandito”dice a gran voce Berisha.
Anche qui, come spesso accade nel mondo globale della commistione tra politica e media, si è cercato di adattare l’informazione alle due versioni diametralmente opposte di governo e opposizione.
Da un lato i network fedeli all’ esecutivo hanno mostrato solo ed esclusivamente le immagini dei 113 dimostranti arrestati, facendo “apparire” anche una pistola nella cintura di uno dei “facinorosi”.
Dall’altro lato “della verità”, i canali pro-opposizione (News 24 in prima linea) hanno lanciato immagini in cui si vede chiaramente come ad aprire il fuoco sia stato un membro della Guardia della Repubblica, appostato all'interno della sede del governo.
Nel frattempo, l’opposizione socialista ha già annunciato che si scenderà in piazza di nuovo venerdì prossimo, mentre il suo leader Edi Rama lancia un appello forte e chiaro alla comunità internazionale: “Aiutateci a difendere i valori che vengono costantemente violati nel nostro Paese. Il mondo non lasci da sola l’Albania”.
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