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Egitto; Calca nella camera ardente di Shenouda III. Quaranta feriti e tre morti
Written by redazione ilmediterraneo
IL CAIRO- Sono morte tre persone e sono rimaste ferite altre 40, nella calca per rendere omaggio a Shenouda III, papa dei cristiani copti egiziani, morto sabato scorso in Egitto.
Una folla oceanica sta rendendo omaggio in queste ore al leader spirituale dei copti d’Egitto, setta cristiana che abbraccia il 10% della popolazione egiziana. “Migliaia di persone sono arrivate qui per avere una possibilità di guardare per l’ultima volta il vecchio patriarca”, ha spiegato in corrispondente di Al Jazeera. Il corpo di Shenuda III, con indosso una tiara e rivestito di abiti talari riccamente ornati, è stato disposto seduto su un trono di legno scolpito nella cattedrale di San Marco al Cairo, sede della chiesa copta, dove martedì saranno celebrati i funerali ufficiali.
E’ stata una delle figure di maggior spicco nel panorama cristiano mondiale. Primo, dopo un millennio, ad incontrare il rappresentante della Chiesa Cattolica, Shenuda è stato un leader molto amato da tutti i suoi adepti per tutto il corso delle quattro decadi che lo hanno capo della Chiesa Cristiana d'Oriente.
Dall'aspetto fragile, Shenuda è stato chiamato in questi ultimi anni a fronteggiare i crescenti attacchi subiti dalla comunità copta nel Paese. Eletto papa della chiesa copta e patriarca di Alessandria nel 1971, Shenuda è stato il 117esimo successore dell'evangelista e padre fondatore San Marco, guidando con pugno di ferro una comunità che rappresenta quasi sei milioni di egiziani.
Durante il suo patriarcato Shenuda III ha mantenuto una posizione di vicinanza allo stato, spesso con venature nazionalistiche, ma un rapporto dialettico con il potere egiziano: esiliato nel monastero di Wadi Natrun nel 1981 dopo un contrasto duro con il presidente Sadat, poco tempo prima che questi fosse assassinato nell'ottobre 1981, il papa copto aveva poi sempre guidato i suoi fedeli con mano rigorosa intervenendo anche a calmare intemperanze che non giovavano ai rapporti con la comunita' musulmana. Vicino all'ex presidente Mubarak durante il suo regime trentennale, dopo gennaio 2011 Shenuda aveva raccomandato ai suoi fedeli di non partecipare alla rivolta. Negli ultimi mesi, però la sua voce si era affievolita e di recente era stato sottoposto ad un intervento chirurgico alla spina dorsale a causa, secondo fonti di stampa, di un tumore osseo. “L’Egitto ha perso uno dei suoi uomini più rari, proprio quando ce n’era più bisogno”, aveva affermato ieri lo sceicco Ahmed el-Tayib, grande imam di al-Azhar, una delle più alte autorità islamiche egiziane.
ATENE- Dagli sconti di piazza si passa agli scontri negli stadi. Ieri, durante i derby Panathinaikos – Olympiakos, le tifoserie dei diversi club ateniesi hanno ingaggiato violenti scontri con le forze di polizia, schierate in tenuta anti-sommossa.
Dopo la prima frazione di gara, conclusasi con il punteggio di 0 – 0, un gruppo di 40-50 persone tuttte coperte da bende sulla faccia e caschi in testa hanno dato vita a degli scontri che hanno coinvolto la maggior parte dei tifosi, accorsi per l’evento calcistico. Il gruppo di ultrà ha occupato il tunnel che dagli spogliatoi porta i giocatori in campo, innescando dei tafferugli che con il passar del tempo hanno dato vita ad una vera e propria escalation di violenza.
Il secondo tempo si è aperto con un’ora di ritardo e dopo appena sei minuti, è arrivato il bel gol di Djamel Abdoun, centrocampista dell’Olympiakos. Da quel momento, la situazione è degenerata nuovamente anche fuori lo stadio ed ha portato al fermo di ben 57 perone e all’arresto di altre 20. La partita è stata sospesa e tra le fila della polizia ci sono stati nove feriti, di cui tre versano in gravi condizioni.
La polizia ha comunicato il ritrovamento di tre contenitori da 16 litri l’uno per liquido infiammabile, 15 petardi, tre bombe molotov e l’occorrente per costruirne un’altra decina. La polizia ha anche affermato che si attende altri tafferugli ed ha dislocato per tutta Atene dei posti di blocco.
(Fonte foto: Athens News)
Il motivo delle violenze è da ricercare nell’accesso negato allo stadio per i supporters dell’Olympiakos. Nella Superleague greca non è consentito l'accesso ai tifosi ospiti, a causa dei timori sulle probabili violenze che potrebbero scoppiare.
Siria; Notte di fuoco a Damasco. Arrestati due attivisti
Written by Sergio Andrianov
DAMASCO- Fine settimana di attentati e repressioni in Siria. Nella notte tra domenica e lunedì i militanti del Free Syrian Army (FSA) ed i lealisti del presidente Bashar al Assad si sono fronteggiati nel quartiere di Al Mezze, nella capitale. Gli scontri sono arrivati a margine degli attentati che hanno colpito Damasco sabato e Aleppo domenica. Attentati che però non sono ancora stati rivendicati.
Il suono dei colpi delle mitragliatrici pesanti hanno echeggiato per tutta la notte nel quartiere nordoccidentale di Al Mezze. Il distretto è uno dei più militarizzati della capitale, in quanto sede di importanti uffici ministeriali. Secondo alcuni residenti raggiunti telefonicamente da Reuters, gli scontri sono stati intesi ma al momento manca ancora una stima ufficiale dei morti. “Stanno combattendo vicino al supermercato Hamada, il suono delle esplosioni viene da lì. La polizia presidenziale ha occupato tutte le strade limitrofe e ha tagliato tutta l’illuminazione del circondario”, ha spiegato una casalinga al cronista dell’agenzia. Stando al racconto di un attivista citato da Al Jazeera, i combattimenti sono scoppiati “intorno a mezzanotte e si sono conclusi alle 4 di stamane”. In questo momento le forze lealiste stanno procedendo ad un rastrellamento casa per casa, nel tentativo di arrestare i ribelli del FSA.
La rappresaglia del Governo è arrivata a poche ore dagli attentati di sabato a Damasco e di domenica ad Aleppo, la seconda città per popolazione di tutta la Siria. Nell’attentato di ieri ad Aleppo “sono morte due persone”, ha affermato l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo con sede a Londra. La tv di stato e l’agenzia di stampa governativa Sana hanno attribuito la colpa a “gruppi terroristici”, ovvero come il regime chiama l’opposizione, finanziati da Paesi arabi come Qatar ed Arabia Saudita. Accuse che sono state prontamente rispedite al mittente dal Consiglio nazionale siriano (Cns) che ha affermato che è lo stesso regime che sta cercando di destabilizzare la situazione in Siria. L’attentato di ieri ad Aleppo è solo l’ultimo in ordine di tempo. Già poche settimane fa un analogo incidente provocato, da un’analoga autobomba, aveva colpito gli uffici di sicurezza siriani.
A Damasco, dopo la strage di 27 civili di sabato scorso, circa 200 manifestanti hanno dato vita ad una manifestazione per commemorare le vittime ma non appena il nutrito gruppo ha intonato “il popolo vuole rovesciare il regime”, le forze di sicurezza del presidente hanno sciolto l’aggregato di persone arrestandone molte. Tra i trattenuti c’è anche Mohammed Sayyed Rassas leader del Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Bcn) e Farzand Omar, medico e attivista del partito ‘Costruire lo Stato siriano’. Rassas è a capo di uno dei pochi gruppi di opposizione che non è riconosciuto nemmeno dallo stesso Cns, in quanto è un gruppo di attivisti che non cercano lo scontro con la polizia governativa e auspica una soluzione pacifica delle violenze e osteggia l’intervento armato e l’armamento della stessa opposizione. In diverse circostanze è stato arrestato Farzand Omar che è stato fermato nell’aeroporto di Damasco, ma le motivazioni non sono state ancora chiarite.
Nel frattempo anche altre città siriane sono state oggetto di rappresaglie. Fonti degli attivisti hanno comunicato pesanti combattimenti a Deir Ezzor, nel nord ovest del Paese a ridosso del confine iracheno, dove un numero imprecisato di veicoli militari di Assad sono stati dati alle fiamme. Non si ferma nemmeno la battaglia a Deraa, la culla della rivolta, dove alcuni gruppi di ribelli hanno fatto brillare un ponte che portava approvvigionamenti all’esercito presidenziale. Tafferugli anche in un altro sobborgo di Damasco, Artuz, in cui gli attivisti hanno spiegato che le forze di Assad stanno effettuando ricerche a tappeto per trovare alcuni “terroristi”. Le Nazioni Unite hanno denunciato l’uccisione di più di 8mila persone dall’inizio delle contestazione lo scorso marzo, mentre il gotha di Damasco ha riferito della morte di 2mila soldati regolari.
Siria; Chiudono ambasciate: Kuwait, Oman, Emirati Arabi Uniti e Qatar
Written by redazione ilmediterraneo
DAMASCO- Le ambasciate di quattro membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) hanno chiuso i propri uffici ritirando dalla Siria i rispettivi staff diplomatici, a causa “dell’ostinazione del regime a perpetrare le violenze sul proprio popolo”. La notizia è arrivata questa mattina ed è stata fornita dal Segretario generale del Consiglio, il principe saudita Abdullatif al-Zayani.
Al-Zayani, citato da Al Arabya, ha affermato che il presidente Bashar al Assad sta “insistendo nella sua repressione, ignorando tutti gli sforzi per una via d'uscita dalla tragica situazione vissuta dal popolo siriano”.
Le chiusure delle sedi diplomatiche di Kuwait, Oman, Emirati Arabi Uniti e Qatar in Siria, sono arrivate a seguito delle decisioni di Arabia Saudita e Bahrein, prese mercoledì scorso, di richiamare le proprie delegazioni. L’Arabia Saudita aveva espulso la rappresentanza di Damasco dal proprio territorio, cercando ripetutamente di far avanzare una risoluzione sulla questione siriana chiedendo inoltre l’armamento delle forze ribelli.
Intanto, i militanti del Free Syrian Army (FSA) hanno perso terreno e le forze lealiste del presidente hanno riconquistato Idlib. L’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo ha denunciato ieri la morte di 45 civili (di cui 25 trovati con le mani legate dietro la schiena) e cinque soldati del regime. Un fiume di sangue che ha spinto molti dei residenti di Idlib a varcare il confine con la Turchia, i quali vertici hanno suggerito la creazione di una "zona cuscinetto", una mossa che farà probabilmente infuriare Damasco. Ankara ha anche affermato che si aspetta un flusso sostenuto per tutta la durata delle repressioni nella suddetta città. Alcune fonti delle autorità turche hanno parlato di mille fuggiaschi giunti nella penisola anatolica durante la notte di giovedì.
Siria; Aiuti umanitari Onu in arrivo. A Idlib altri 45 morti
Written by redazione ilmediterraneo
DAMASCO-Gli operatori umanitari dell’Onu insieme al governo siriano visiteranno per la seconda volta in questo mese le zone dove milizie del presidente Bashar al Assad e militanti del Free Syrian Army si fronteggiano ormai da un anno. Intanto, a Idlib sono morti altri 45 civili e il numero dei profughi non accenna a diminuire.
Il governo siriano e l’Onu daranno vita a una missione umanitaria nel Paese. Lo ha annunciato la stessa responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, Valerie Amos, che ha già condotto alcune visite nella città ribelle di Homs e il quartiere di Bab Amr, devastato da un mese di incessanti bombardamenti presidenziali.
La missione toccherà nuovamente la città di Homs, quella di Hama e quella di Deraa, dove incominciò la rivolta lo scorso marzo. Non è prevista però alcuna visita nella città di Idlib, in cui lealisti e rivoluzionari si sono fronteggiati per una settimana con la capitolazione di quest’ultimi. La Amos ha aggiunto che la missione avrà inizio questa fine settimana e lambirà anche i centri abitati di Tartous, Latakia, Aleppo, Deir al-Zour e le zone rurali di Damasco.
La responsabile degli aiuti umanitari ha spiegato che oltre al contingente Onu si unirà alla missione anche una delegazione della Conferenza della Cooperazione Islamica per “cogliere l’occasione di reperire testimonianze sulla situazione umanitaria in Siria ed osservare confrontando le condizioni da città a città”. Tuttavia la Amos non ha gradito il negato accesso a Idlib ed ha sottolineato il fatto che “le organizzazioni umanitarie dovrebbero avere libero accesso per portare beni di prima necessità nelle zone che lo necessitano”.
IDLIB; 45 CIVILI MORTI
Intanto proprio ad Idlib, le forze di sicurezza di Assad hanno aumentato la repressione. L’Osservatorio Siriano per i diritti umani ha denunciato la morte di 45 civili e cinque disertori dell’esercito nella provincia di frontiera, di cui 23 cadaveri sono stati trovati con le mani legate dietro la schiena. La Turchia ha reso noto l’arrivo nella penisola anatolica di mille profughi tutti provenienti dalla Siria che si aggiungono ai 13mila già fuggiti dal Paese. “Circa 1.000 persone hanno passato la frontiera entrando in Turchia dalla Siria nelle ultime 24 ore", ha detto ieri ad Al Jazeera un funzionario turco. "Ci aspettiamo che (il flusso) continui fino a quando proseguiranno le operazioni a Idlib”.